La solidarietà, un’autostrada a doppia corsia

“Non chiediamo cosa può fare l’Italia per noi, ma facciamo qualcosa per l’Italia”. È questo lo slogan scelto dall’“Associazione Identità Italiana-Italiani all’Estero” per promuovere il consumo del “Made in Italy” tra le nostre comunità. Un appello volto a contribuire al rilancio dell’economia italiana. In particolare, di quell’imprenditorialità che scommette sull’export per tornare a crescere.

Lo slogan proposto dall’Associazione, in circostanze normali, avrebbe solo provocato qualche commento tra l’ironico e lo stupito. Infatti, da sempre i connazionali all’estero hanno preferito i prodotti “doc” delle loro terre. Ce ne saranno pure di meglio, ma sempre favoriscono quelli del Belpaese. Gli italiani all’estero, dalla “pampas” argentina allo “llanos” venezuelano, dai “fjord” norvegesi alle Alpi svizzere, hanno sempre risposto all’appello, quando l’Italia ha avuto bisogno della loro solidarietà. Lasciamo da un lato le ormai dimenticate “rimesse” che furono fondamentali per il “miracolo economico” degli anni 60.  Pensiamo, invece, alle tante occasioni recenti in cui le nostre comunità hanno manifestato solidarietà verso la Madrepatria. Ad esempio, subito dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980, che lasció quasi tre mila morti e oltre 280 mila sfollati; o quello dell’Aquila del 2009, con più di 300 morti e 65mila sfollati. E, ancora più di recente, all’inattesa “acqua alta” a Venezia che ha danneggiato opere d’arte patrimonio dell’umanità. Gli italiani all’estero sono sempre stati accanto al nostro paese manifestando la propria solidarietà con gesti concreti e tangibili.

In circostanze normali. Queste, purtroppo, non lo sono.

Oggi, la realtà è un’altra. La crisi economica che farà seguito alla pandemia, lo indicano organismi autorevoli come il Fondo Monetario Internazionale, l’Onu, la Banca Mondiale e la Banca Centrale Europea, castigherà tutti i paesi. Non solo l’Italia. Colpirà continenti come l’Europa, con un welfare avanzato; e regioni come l’America Meridionale, con ammortizzatori sociali precari o addirittura inesistenti.

In Europa esistono strutture sociali e una rete di organizzazioni pubbliche e private che permetteranno una ripresa economica in tempi, si spera, relativamente brevi. In altre aree geografiche, dove pure vivono comunità italiane numerose, ciò probabilmente non avverrà. Pensiamo, ad esempio, all’America Latina, dove la covid-19 ha trovato terreno fertile grazie ad un sistema sanitario fragile e debole. In Argentina, in Brasile e in Venezuela, solo per citare tre tra i paesi con le comunità italiane più numerose, sono tanti i connazionali a cui il futuro riserva un’esistenza precaria.  In questo momento loro sperano e meritano la solidarietà dell’Italia.

Cresce un po’ ovunque il numero di connazionali in situazioni di disagio. Le associazioni italiane che si occupano di loro, come il “Comitato Italiano di Assistenza” in Venezuela o la “Società Italiana di Beneficenza” in Spagna, stanno facendo salti mortali ma le richieste di aiuto sono tante che non hanno le sufficienti risorse per dare a tutte una risposta adeguata.

L’iniziativa proposta dall’“Associazione Identità Italiana-Italiani all’estero” non può essere a senso unico. Non oggi, non ora. I Comites, i circoli italiani e le nostre Camere di Commercio bi-nazionali, che da sempre sono promotrici del “Made in Italy”, potrebbero suggerire ai grossi imprenditori e agli importatori locali di prodotti italiani di devolvere una piccola percentuale delle vendite a quelle strutture senza fine di lucro che si occupano dei connazionali meno abbienti. Quel piccolo sacrificio, che non inciderebbe più di tanto nei loro guadagni,  potrebbe rappresentare per molti italiani la differenza tra disperazione e speranza. Insomma, si tratterebbe di trasformare una piccola strada a senso unico, in una grossa autostrada a doppia corsia. Ovviamente, fiancheggiata dagli aiuti che i nostri Consolati saranno in grado di elargire ai connazionali meno fortunati.

(Foto di Tuna Ölger da Pixabay)

Mauro Bafile

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